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il caso

«Terroni di m…»: odio sociale contro il sindaco gelese di Certosa di Pavia

Il primo cittadino Marcello Infurna denuncia: «Insulti razziali e falsità per ostacolare un progetto e colpire l’amministrazione»

12 Aprile 2026, 08:27

08:30

«Terroni di m…»: odio sociale contro il sindaco gelese di Certosa di Pavia

Marcello Infurna e il sindaco di Gela Terenziano Di Stefano

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Nel clima di ostilità che attraversa la politica italiana in lungo e largo per la penisola, si segnala un episodio che è stato denunciato da un sindaco siciliano. Marcello Infurna, 52 anni, nato a Gela si è trasferito per gli studi in Lombardia e lì ha messo radici e famiglia. In politica c’è da decenni e nel 2024 è stato riconfermato sindaco di Certosa di Pavia, la città in cui vive con la famiglia. Infurna ha denunciato pubblicamente di essere stato al centro di una campagna di odio sociale in cui è stato evidenziato che è un terrone. Ma il colmo è che hanno dato del fascista a lui, nipote di un capo dei partigiani, Leonardo Speziale che operò proprio in Lombardia durante la Resistenza.

La vicenda denunciata dal sindaco di origine gelese sul suo profilo social è scoppiata dopo un' assemblea pubblica indetta dal primo cittadino di Certosa alla presenza di illustri relatori per trattare del progetto di un grande Data center. Tema caldo che sta dividendo la comunità del luogo. Dopo il confronto è nata una campagna di ostilità nei suoi confronti alimentata – secondo il sindaco – da «soggetti ben precisi, tra cui anche esponenti istituzionali». Insulti e illazioni, spesso diffusi sui social, hanno sostituito il dibattito sul merito. «Dittatore coreano, ducetto, fascistello», elenca Infurna, ricordando come gli attacchi abbiano colpito anche i relatori dell'incontro, definiti «prezzolati» in un tentativo di delegittimazione che ha travalicato i confini della critica politica.

Il sindaco ha rivendicato la propria storia personale e familiare: «Sono orgogliosamente primo nipote di Partigiano e comandante della 122ª Brigata Garibaldi». Ma il punto di rottura arriva quando il dissenso assume la forma dell'insulto razziale. L'episodio che coinvolge la moglie, apostrofata con «tornatevene al vostro paese, terroni di m…», riporta Infurna al 2014, quando su un suo manifesto in campagna elettorale comparve la scritta «Terons». «La storia purtroppo si è ripetuta», afferma, denunciando un clima «volutamente avvelenato, fatto di bugie, false informazioni e ipocrisie».

Il sindaco lega l'escalation verbale a una strategia politica che, a suo dire, usa la salute e l'ambiente come «ipocriti pretesti» per ostacolare il progetto del Data center e minare la legittimità dell'amministrazione. «Non avere il data center dietro casa propria e sovvertire l'esito delle elezioni», sintetizza, parlando di un tentativo di «golpe politico-amministrativo». La preoccupazione maggiore riguarda però il salto dal piano verbale a quello fisico: «Oggi gli insulti a me e alla mia famiglia, domani cosa dobbiamo aspettarci?».

Infurna si definisce «battagliero, fiero, mai domo, orgogliosamente certosino, terrone ed antifascista», ricordando che la sua famiglia ha affrontato anche l'intimidazione mafiosa. Ma ammette che questa volta la ferita è più profonda. La vicenda apre una riflessione più ampia sul degrado del confronto pubblico, dove forse la paura del cambiamento trasforma il dissenso in ostilità identitaria. Nella sua città natale il sindaco di Certosa torna spesso. L'ultima volta lo scorso Natale quando è stato ricevuto in municipio dal sindaco di Gela Terenziano Di Stefano con cui ha avuto uno scambio di esperienze con l'impegno a una collaborazione tra i due Comuni.