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L'analisi

Caltanissetta “bella addormentata”, perde più di due abitanti al giorno e le case restano sempre più vuote

Tra rassegnazione, mancanza di progettualità e anemia demografica preoccupa anche l'anemia etica che affievolisce anche la voglia di cittadinanza attiva: così il mercato immobiliare depresso, i negozi chiusi e la desertificazione del centro storico sono alcune conseguenze

Redazione Caltanissetta

02 Gennaio 2026, 16:25

Caltanissetta “bella addormentata”, perde più di due abitanti al giorno e le case restano sempre più vuote

Negozi chiusi in centro storico

All’alba del nuovo anno a Caltanissetta, mettiamola così, stiamo un po’ più larghi. Secondo le proiezioni dell’Istat, la città si allontana ancora dalla soglia di sessantamila abitanti, o poco più, che ha mantenuto per un secolo e mezzo, e oggi ha 836 abitanti in meno rispetto all’inizio dell’anno precedente (la provincia perde poco più di 2.500 abitanti, attestandosi a poco più di 240mila).
Caltanissetta oggi sembra in qualche modo richiamare “La bella addormentata” protagonista del racconto di San Secondo, la povera domestica Carmela della quale alcune canaglie abusano senza ritegno e ignorata, fino alla morte, dal mondo dormiente intorno.
La città continua a dissanguarsi goccia a goccia perdendo, nel 2025, più di due abitanti al giorno. Preoccupa anche di più che accanto all’anemia demografica cresce l’anemia etica, ancor più perniciosa: l’affievolimento della coscienza di cittadini, che produce povertà civica, cancella diritti e voglia di cittadinanza attiva, dissecca orgoglio e capacità di progettare, avvizzisce anche gli isolati arbusti di resistenza e di combattività.

Sembra assopita la vigilanza civica, che è e dovrebbe essere un formidabile strumento di una partecipazione democratica che appare invece sempre più labile e marginale. Così perdiamo strati sempre più profondi di democrazia, di diritti, di speranza, di dignità. E in tanti mostriamo di non rendercene neppure conto, e comunque di non rammaricarcene. E alla vigilia di Natale il sindaco (sul Sole 24 ore all’80° posto nella graduatoria dei sindaci di capoluogo per gradimento dei cittadini) può rivolgere un messaggio augurale ai nisseni dicendo “Io il mio sorriso lo dono a voi, come segno di speranza e di fiducia”. E i consiglieri comunali (tutti, di maggioranza e di opposizione) diffondono un video in cui tutti insieme sorridenti recitano danzando un’allegra cantata natalizia; e i deputati regionali evitano interventi pubblici di cornice; e i parlamentari nazionali (Brambilla, Craxi) chi li ha visti mai?
Diminuiscono gli abitanti, aumentano ogni giorno le case vuote in una città che già dal piano regolatore del 1962 ha fatto e subìto folli scelte urbanistiche di espansione con previsioni fantasiose di incremento demografico, col risultato di un patrimonio edilizio enorme rispetto al fabbisogno, e oggi di un mercato immobiliare depresso (i valori sono i più bassi fra i capoluoghi d’Italia) che ha distrutto ricchezza e risparmi privati e risorse pubbliche per opere di urbanizzazione. La desertificazione del centro storico è una delle conseguenze, come le duecento saracinesche di negozi chiuse (qualcuno le ha recentemente contate).
Meno siamo, meglio non stiamo. L’anemia di Caltanissetta si aggrava così, in uno scenario ovattato di rassegnazione, inerzia, inazione. Qualcuno ancora si indigna e chiama invano alla riscossa; ma è un’indignazione spesso appena epidermica, un effimero sussulto di tastiera sui social, che non traccia e non suscita svolte sociali e nuovi percorsi di governo della città.
“Meno siamo, meglio stiamo” cantava Arbore in tv vent’anni fa, e aggiungeva “ne siamo fieri”. Qui, adesso, per noi, è l’esatto contrario: siamo di meno, e non possiamo avere orgoglio di una condizione cittadina di arretratezza consolidata (anche nel 2025 all’ultimo posto nella graduatoria di un quotidiano economico sulla qualità della vita), povertà diffusa, carenti servizi pubblici, assenza di un progetto/modello di città per il prossimo futuro, rassegnazione crescente e speranza calante.
Certo, non si possono pretendere miracoli neppure dalla politica. Ma neppure un tentativo collegiale serio e approfondito di analisi dello stato della città? No, non c’è, e non è in vista. Non c’è – in chi governa questo territorio – un progetto reale per la città quale inevitabilmente sarà nel prossimo futuro: una città assottigliata, invecchiata, con risorse calanti, scarsa attrattività contro l’emigrazione, e un cresciuto bisogno di servizi e infrastrutture sociali.
La tendenza alla diminuzione della popolazione è di tutto il Paese, è vero, ma la media nazionale di flessione è di poco più dell’1 per cento mentre a Caltanissetta è quasi una volta e mezzo. Le proiezioni Istat stimano che fra dieci anni Caltanissetta avrà poco meno di 52mila abitanti, i giovani tra 15 e 29 anni si ridurranno a poco più del 4 per cento, e quelli tra 15 e 34 anni scenderanno al 20,5 per cento mentre gli ultrasessantacinquenni aumenteranno a quasi il 32 per cento. Le proiezioni Istat si spingono ancora più avanti, e per questa città disegnano ulteriore spopolamento: 45mila abitanti fra vent’anni (2045) quando i giovani tra 15 e 34 anni saranno meno della metà degli ultrasessantacinquenni (17 per cento contro 37 per cento).
Di fronte a questo scenario non si coglie visione strategica organica ma soltanto alcuni controversi progetti affidati all’incerta speranza di cospicui finanziamenti sui residui del Pnrr o del Fondo di coesione che non muteranno lo scenario crepuscolare della città, e che non appaiono molto funzionali alla città che realmente sarà.
Le occasioni perdute. L’ultimo – o forse l’unico – tentativo di strategia per il territorio nisseno risale a oltre trent’anni fa, con l’idea di “città dei servizi” articolata su sanità e logistica. L’ospedale S. Elia fu designato quarto polo sanitario di Sicilia, con la prospettiva di essere anche policlinico per l’allora nascente corso universitario di Medicina, mentre nella piana attigua a Capodarso fu ipotizzato un polo logistico mettendo la centralità geografica e la vicinanza dell’autostrada a servizio dei trasporti commerciali. Logistica e policlinico naufragarono contro sbarramenti di parti politiche e di vari interessi. Negli anni successivi, mentre qui si consumava tempo e opportunità tra obiezioni e polemiche e altro, nasceva l’università Kore a Enna, dove oggi ci sono due corsi di laurea in Medicina (l’altro è di un’università romena) e reparti ospedalieri universitari. Qui il policlinico è ancora un miraggio, e nel frattempo si è subìto senza reagire lo smantellamento del Cefpas, che era nato, per legge, come unico centro regionale per l’aggiornamento del personale della sanità in raccordo con le tre università siciliane e oggi è declassato a centro regionale di formazione.
Eppure speriamo ancora in uno scatto di orgoglio cittadino e di tentativo di rilancio. Il richiamo alla realtà, alla speranza, all’azione è un dovere che questo giornale ha sentito da sempre, qui, e oggi queste note sullo sfacelo che ci circonda vorrebbero suscitare riflessioni, senso di responsabilità, iniziative. “La Sicilia”, nella sua lunga storia, è stato sempre un giornale “per” i siciliani e per lo sviluppo dell’isola: in questa città ha condotto tenaci e lunghe e purtroppo perdenti campagne contro la dissennata espansione urbanistica prevista dalle revisioni di piano regolatore e dai piani di zona puntualmente approvati a maggioranza da vari consigli comunali.
Sonnambulismo sociale. Questo di oggi è un estremo appello accorato a tutte le persone di buona volontà, e contro quel micidiale “sonnambulismo sociale” (incisiva espressione del Censis) che serpeggia con effetto comatoso in questa città.
Due anni fa la Conferenza episcopale italiana chiamò i cattolici a Trieste a una “settimana sociale” su “Democrazia e partecipazione”, per stimolare nelle chiese locali l’impegno ecclesiale ad essere comunità che partecipano, punti di riferimento nei territori per tutti, non solo per i cristiani; luoghi d’incontro per farsi carico dei bisogni, delle aspettative e cercare anche di valorizzare le risorse che sono sparse nei territori; una chiesa sempre in dialogo, che educhi e incoraggi a partecipare e non a “parteggiare”.
Visto che la politica politicante non sembra volare alto e non sembrano crescere altre forme organizzate di rappresentanza, quell’impulso di Trieste (e di incontri successivi) potrebbe e dovrebbe essere rilanciato con energia e mobilitazione massiccia dalla chiesa locale. Non certo per impossibili miracoli, s’intende, perché anche l’organizzazione ecclesiale ha molti problemi, ma per una chiamata collettiva alla sveglia delle coscienze e della responsabilità senza paludamenti e appiattimenti. Per ogni cristiano la politica è un dovere, perché è un modo per esercitare la carità verso il mondo e per impegnare capacità e servizio in una visione di umanesimo integrale che pone la persona e il bene comune al centro dell’attenzione. E sempre sperando che prima o poi la politica di professione si svegli e faccia il dover suo, qualcuno dovrebbe pur spremersi la mente e rimboccarsi le maniche e agire.