Il verdetto
Crimini del Terzo Reich: una sentenza restituisce dignità a un deportato mazzarinese
Il Tribunale di Trieste dispone il risarcimento agli eredi di un internato nei campi di Dachau e Bergen Belsen
La storia di G.S., uomo di Mazzarino deportato nei campi di lavoro del Terzo Reich, torna oggi a parlare attraverso una sentenza che non riguarda soltanto una vicenda familiare, ma un pezzo di memoria collettiva. Il Tribunale ordinario di Trieste ha riconosciuto la responsabilità della Repubblica Federale di Germania per i crimini di guerra commessi dalle forze armate naziste ai danni del siciliano, restituendo dignità giuridica a una sofferenza che per decenni era rimasta confinata nei ricordi privati. Gli eredi dell’uomo, assistiti dagli avvocati Girolamo Rubino e Alessio Costa, avevano avviato nel 2022 un’azione civile contro la Germania e contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e morali subiti dal loro congiunto. La vicenda di G.S. è quella, comune a migliaia di italiani, di un giovane catturato nel 1944 e deportato in Germania, costretto ai lavori forzati nei campi di Dachau, Neuenkammen, Ladelund, Dalum e Bergen Belsen. Una traiettoria di violenza e annientamento che la giurisprudenza contemporanea riconosce come crimine di guerra e contro l’umanità.
Gli avvocati Rubino e Costa hanno ricostruito la vicenda dimostrando che la deportazione e la riduzione in schiavitù costituiscono un illecito civile ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, e che il diritto al risarcimento non si estingue con il passare del tempo. Il Tribunale di Trieste ha accolto questa impostazione, ribadendo il principio dell’imprescrittibilità dei crimini di guerra e riconoscendo che la lesione subita da G.S. riguardò beni fondamentali tutelati dalla Costituzione e dal diritto internazionale: la libertà personale e la dignità umana. Nella motivazione, il giudice sottolinea come la cattura, la deportazione e l’internamento in un campo di lavoro costituiscano un fatto notorio, tale da rendere evidente la natura disumana del trattamento inflitto. Una constatazione che non è soltanto giuridica, ma anche storica: i campi del Reich non furono luoghi di semplice detenzione, ma dispositivi di annientamento fisico e psicologico, in cui migliaia di italiani furono costretti a lavorare in condizioni estreme, privati di identità e diritti.
La sentenza stabilisce che agli eredi di G.S. spetta un risarcimento di 19.320 euro, oltre agli interessi legali maturati dal 1945 al 1961. Come previsto dalla normativa vigente, il pagamento sarà effettuato attraverso il Fondo istituito presso il Ministero dell’Economia per il ristoro delle vittime dei crimini di guerra e contro l’umanità, che gestisce la fase esecutiva per conto dello Stato italiano. Al di là dell’importo economico, la decisione di Trieste si inserisce in un percorso più ampio di riconoscimento delle responsabilità storiche e di tutela della memoria delle vittime. Ogni sentenza di questo tipo contribuisce a ricomporre una pagina dolorosa della storia italiana, restituendo voce a chi l’ha perduta nei campi di lavoro e ricordando che la giustizia, anche quando arriva tardi, può ancora illuminare il passato.