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il caso

Le navi della Sumud Flotilla abbordate nella notte: la Marina israeliana ferma la flotta internazionale

Secondo stop in meno di un mese per la rete di solidarietà filo-palestinese. Il governo di Tel Aviv non arretra sul blocco navale per impedire il transito di armi

18 Maggio 2026, 10:47

10:50

Le navi della Sumud Flotilla abbordate nella notte:  la Marina israeliana ferma la flotta internazionale

Il Mediterraneo è tornato a essere teatro di un acceso braccio di ferro geopolitico e umanitario. La “Global Sumud Flotilla”, un convoglio civile composto da oltre 50 imbarcazioni, è stato intercettato dalla Marina israeliana al largo di Cipro mentre tentava di forzare il blocco navale e raggiungere la Striscia di Gaza.

Salpata il 14 maggio da Marmaris, in Turchia, l’iniziativa si presentava come una missione nonviolenta, promossa da reti internazionali di solidarietà, con l’obiettivo di aprire un corridoio umanitario verso la popolazione palestinese. Il nome della spedizione, “Sumud” (in arabo, perseveranza e fermezza), ne evidenzia il significato politico: non soltanto consegnare aiuti, ma anche contestare apertamente la “normalizzazione dell’assedio” imposto da Israele.

A bordo delle unità — in alcune stime 54 — si trovavano attivisti provenienti da diversi Paesi, personale sanitario e forniture di prima necessità.

L’intervento israeliano non è giunto inatteso. Nelle prime ore del 18 maggio, il Ministero degli Esteri di Israele aveva intimato alla flottiglia di invertire la rotta, preludio all’operazione in mare. Per il governo israeliano, il blocco navale costituisce uno strumento indispensabile di sicurezza, e ogni tentativo di violarlo comporta il rischio di trasferimenti di armi a gruppi armati come Hamas. Le autorità di Tel Aviv giudicano queste iniziative atti di delegittimazione e “provocazioni” mediatiche.

L’odierna escalation si innesta su un precedente recente. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio 2026, una prima ondata della stessa missione era già stata fermata: 22 natanti bloccati e circa 175 attivisti trattenuti, tra cui alcuni esponenti del comitato organizzatore come Saif Abukeshek e Thiago Ávila. La ripartenza da Marmaris è stata dunque una risposta deliberata a quel primo sequestro in mare.

Sul fondo di questo confronto marittimo e legale resta l’acuta emergenza umanitaria nella Striscia di Gaza. I più recenti rapporti dell’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari) descrivono una popolazione stremata da distruzione diffusa, malnutrizione e grave insicurezza alimentare, con una sopravvivenza largamente dipendente dagli aiuti.

In tale quadro, l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e Amnesty International hanno duramente criticato i fermi navali, sottolineando che la consegna di assistenza non può essere criminalizzata e definendo le detenzioni degli attivisti “arbitrarie”.