Protesta
Tetto Eni non vale nei porti: pesca in ginocchio per il caro gasolio con aumenti fino al 200%
Disagi per flotte, cooperative e marinerie
ll tetto massimo al prezzo dei carburanti introdotto da Eni sulla rete stradale non trova applicazione nei porti dove si riforniscono motopescherecci e imbarcazioni professionali. La flotta della pesca resta quindi esposta ai rincari del gasolio in banchina. Lo fa sapere all’ANSA Paolo Tiozzo, vicepresidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca.
Il prezzo per la pesca oscilla tra 1,30 e 1,70 euro al litro, picco registrato a Lavagna, in Liguria; rispetto ai livelli precedenti gli aumenti sono in alcuni casi del 200%. Confcooperative calcola che l’impatto sui bilanci è particolarmente pesante per lo strascico. Un peschereccio medio da 350 kW, con circa 140 giornate di attività e 15 ore di lavoro al giorno, può consumare fino a 180mila litri di gasolio l’anno, pari a 45mila euro di più l’anno. Il carburante, che negli anni 2000 rappresentava il 20-30% dei costi di esercizio, è arrivato a incidere oltre il 60%. La pressione sui costi può determinare una contrazione del profitto lordo del 25-30%.
E il malessere cresce nelle marinerie, tra proteste spontanee al Sud, in particolare in Calabria e Sicilia. «Non ci sono più le condizioni per potere riprendere il mare. Il caro carburanti ha messo in ginocchio i pescatori. Oggi è l’ultimo giorno di fermo biologico e domani gli armatori non andranno a ritirare i documenti per tornare in mare», dice Giovanni Manganella della Uil che ha preso parte al sit-in, al molo Crispi di Porto Empedocle, di pescatori agrigentini. «Il prezzo è arrivato alle stelle i nostri sono motori che rimangono accesi per diverse ore, per ogni singola uscita spendiamo circa 1.500 euro per il carburante più le altre spese del personale per incassare forse due mila euro di pescato. Quindi, anziché indebitarci, è meglio restare fermi», ha spiegato l’armatore Rosario Castronovo. Sono oltre 100 le famiglie di Porto Empedocle che lavorano nel settore della pesca. Le marinerie siciliane chiedono interventi urgenti al governo per evitare il blocco dei pescherecci e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro.
Nel resto d’Italia, in molti porti si lavora a scartamento ridotto per contenere i consumi. L’impatto economico del caro carburante si riduce temporaneamente grazie al fermo pesca, attivo dal 1 ottobre nel Tirreno (Lazio, Toscana, Liguria, Campania, Calabria, Sardegna e parte della Sicilia) e in alcune aree della Puglia. Nell’Adriatico, invece, dove le attività sono riprese da poco, le marinerie devono pianificare le uscite in mare per contenere i costi dell’energia. I pescatori consultano costantemente le app meteo prima di uscire per valutare condizioni el mare, consumi e costi. Con mare mosso, infatti, il fabbisogno di carburante aumenta e l’uscita rischia di diventare antieconomica, soprattutto con il prezzo del gasolio da pesca prossimo o superiore a 1 euro al litro. A Viareggio, ad esempio, le sorelle Malfatti, alla guida dell’organizzazione di produttori locale e della cooperativa di rifornimento carburanti, conferma questa tendenza: si pesca meno, sempre più vicino alla costa, monitorando il meteo. Una situazione che manda in sofferenza anche le cooperative di conferimento che gestiscono il prodotto.