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L'indagine

Lite per un motorino a Gela: 19enne spara al cugino, genitori tentano di distruggere le prove

Un litigio, la lite e i giovani armati coperti dall'omertà familiare e la facilità di reperire pistole illegali.

17 Marzo 2026, 10:03

10:11

Lite per un motorino a Gela: 19enne spara al cugino, genitori tentano di distruggere le prove

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Un tentato omicidio che restituisce l’immagine più inquietante della fragilità giovanile e della pericolosa quanto facile disponibilità di armi illegali: ragazzi poco più che maggiorenni che trasformano un litigio in un regolamento di conti armato. È successo il 14 gennaio, quando un diciannovenne, Giovanni Raniolo, ha sparato al cugino ventiduenne Antonino Raniolo come risposta ad una lite avvenuta due giorni prima. Una discussione che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere nata per un motorino. Un motivo banale, ma sufficiente, a far scattare la mano su una pistola calibro 9. «A me stasera sta cosa mi viene a costare 30 anni», ha detto il diciannovenne dopo la lite con il cugino Antonino da cui avrebbe ricevuto schiaffi dopo il diverbio per la gestione del motorino.

Il giovane è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di tentato omicidio e premeditazione. Ma durante l’interrogatorio di garanzia rendendo dichiarazioni spontanee ha ammesso di aver sparato ma non con l’intenzione di uccidere. Insomma voleva dargli una «lezione». Non la pensano così i carabinieri di Gela guidati dal tenente colonnello Marco Montemagno che hanno condotto le indagini coordinate dalla Procura di Gela. La ricostruzione dell’episodio di sangue fornita ieri in conferenza stampa dal procuratore capo Salvatore Vella e da Montemagno riportano in tutt’altra direzione. In un clima di omertà da parte della vittima e di protezione da parte dei genitori dell’attentatore.

Giovanni Raniolo avrebbe raggiunto via Neri in sella a uno scooter, proprio davanti alla casa della fidanzata del cugino, e lì avrebbe esploso «almeno quattro colpi» mentre la vittima era davanti al cancello con due amici. Si aspettavano quella reazione. Gli amici avevano visto quello scooter aggirarsi per via Neri e uno di loro è andato in auto a prendere un bastone. Precauzione inutile: Giovanni Raniolo è arrivato e ha sparato verso il cugino ad altezza d’uomo. Solo per una fortunata fatalità il ventiduenne (o anche chi era con lui) non è stato ferito mortalmente. Un proiettile lo ha colpito al calcagno. In ospedale ha negato tutto, scegliendo l’omertà, anche quando si rischia la vita. La versione di Antonino Raniolo è stata quella di un incidente autonomo mentre era a bordo del motorino in centro storico. Ma il suo mezzo a due ruote era intatto. Per risalire a Giovanni Raniolo sono stati necessari un controllo sul cellulare della vittima (chiedeva al cugino con un messaggio dove fosse) e le verifiche delle telecamere di via Neri che hanno restituito immagini eloquenti. Non si trovano ancora il complice e la pistola. Durante la perquisizione in casa dell’indagato, i genitori erano a conoscenza di ciò che aveva fatto: la madre ha tentato di distruggere a martellate il cellulare del figlio che è stato gettato dalla finestra. «Così le prove ve le cercate da soli», ha detto il padre ai carabinieri. Un gesto che racconta un altro pezzo del problema: adulti che non arginano, ma proteggono; famiglie che non interrompono la spirale, ma la coprono.

«Vanno interrotte queste continue faide che partono da futili motivi. Solo per fortuna gli spari non hanno ucciso», ha dichiarato il procuratore Vella. Parole che suonano come un monito, ma anche come una constatazione amara: a Gela, come in molte altre città, basta poco per trasformare un dissidio in un conflitto armato. E basta ancora meno per trovare una pistola.