l'intervista
Il 5 gennaio di Claudio Fava: fra ricordo intimo e ricerca della verità: «Pippo Fava l'ha ammazzato una città»
«E poi, dopo averlo sepolto, ha tentato di cancellarne la memoria». Sono passati 42 anni dall'assassinio del fondatore di "I Siciliani", ma su chi lo abbia ucciso le responsabilità vanno al di là del processo
Giuseppe Fava, giornalista assassinato dalla mafia
Nel giorno del quarantaduesimo anniversario dell'omicidio di Pippo Fava abbiamo incontrato Claudio, figlio del poliedrico artista e giornalista antimafia, ucciso da Cosa nostra per avere messo in discussione il sistema di potere che governava la città di Catania.
Claudio Fava, cosa rappresenta per lei il 5 gennaio?
«Devo ammettere che nel tempo è diventato un appuntamento sempre meno pubblico e sempre più legato a un fiotto di memoria, un mio ricordo, un mio bisogno di intimità. Come se avessi la sensazione di dover condividere poco di quello che ho dentro e che va invece un po' custodito per evitare che questi ricordi sbiadiscano, che certe sensazioni si perdano. Ma si tratta di un qualcosa, ripeto, che riguarda te stesso, la tua memoria, il tuo sentimento».
Non per nulla qualche tempo fa aveva detto pubblicamente che era arrivato il momento di «lasciar andare» Pippo Fava.
Cosa ricorda di quei tragici giorni?
«Ricordo la condizione di un ragazzo che si sveglia improvvisamente vecchio, invecchiato dentro e fuori, come se qualcuno avesse strappato il sipario e tirato giù la quarta parete. Non c'erano più illusioni. Siamo diventati improvvisamente adulti in un tempo feroce. Un tempo in cui non si facevano prigionieri. E il tempo feroce, si badi bene, è quello che è cominciato dopo la morte di mio padre. Quando le battaglie per la memoria e la verità erano battaglie di sopravvivenza morale e materiale. Battaglie faticosissime e solitarie».
Solitudine determinata da cosa?
«Dal fatto che una buona parte della città, soprattutto la città che contava e che comandava, voleva sbarazzarsi di Fava, della sua memoria, di ciò che aveva rappresentato e soprattutto di ciò che rappresentava quell'omicidio: la certificazione di un connubio profondo e irrimediabile fra luoghi del potere cittadino e criminalità organizzata. Una realtà che non si poteva ammettere perché avrebbe messo in discussione quel sistema di potere, che era un sistema di distribuzione di prebende, di carriere, per cui Fava andava sepolto. Ma sbrigativamente e definitivamente».

Questo atteggiamento ha determinato, però, una reazione feroce anche da parte di chi non ha voluto arrendersi alle verità di comodo.
«Sapete bene quali grumi di violenza politica, istituzionale, imprenditoriale svela la morte di Giuseppe Fava. Questi grumi erano sotto gli occhi di tutti. Giornalisti, magistrati, professionisti, la buona, operosa, fenicia borghesia catanese: a questo non eravamo preparati noi. Non è tanto il lutto, l'assenza, la violenza devastante della morte di un padre, di un genitore, di un punto di riferimento. È la scoperta di un mondo che non ti immagini. Per cui tutto ciò che aveva perfetta consapevolezza del grado di devastazione di questa città fece quadrato attorno a quel sistema di potere. Per interesse, per miserie, per paura, per carriera. I tempi erano quelli, i tempi in cui si pensava che l'impunità delle famiglie Santapaola Ercolano fosse garanzia di un'impunità complessiva di un sistema di distribuzione di privilegi e di carriere. E la parabola di Fava e dei “I Siciliani” era uno sfregio alla compattezza di quel sistema che andava “smaltita” non soltanto con la morte di Fava ma anche con lo stesso smaltimento dell'esperienza successiva dei “Siciliani”».
Al di là delle questioni processuali, lei ritiene che la verità sul caso Fava, sull'omicidio di suo padre, sia venuta per intero a galla?
«Assolutamente no. E questa è una cosa che sappiamo tutti. E non è Claudio Fava che la racconta al suo amico giornalista. Giuseppe Fava non ha mai scritto una riga su Benedetto Santapaola o sulla famiglia Ercolano. Era compito nostro, della sua truppa, lavorare - sempre in termini giornalistici, sia chiaro - sulla mafia che spara. Il racconto di Giuseppe Fava è il racconto di un intellettuale che ricostruisce un ordito di potere corrotto e colluso; è il ramo spezzato di questo potere, che reagisce facendo capire a Santapaola e ai suoi pretoriani che non c'erano più le condizioni per proteggere quel sistema di impunità, che si stava sgretolando. Ho visto una cosa molto efficace il giorno dopo la morte di mio padre in una trasmissione televisiva di Palermo. Calaciura, giornalista di allora, dichiarò: “Noi siamo convinti che per ordinare la morte di un uomo, di un intellettuale, di un giornalista, serva chissà quale summit mafioso. Ebbene, per far scattare i killer basta un'alzata di sopracciglio”. Ecco, io sono un procuratore, un cavaliere del lavoro, un notabile della politica e dico a te Benedetto Santapaola che i tempi della sicurezza reciproca, dell'impunità, della bella vita e delle carriere sono finiti. Perché c'è quel rompicoglioni col suo giornale. Basta questo per armare la mano dei killer».
«Il collaboratore di giustizia Siino - prosegue Claudio Fava - disse nel corso di un processo di una frase pronunciata da Graci mentre si trovavano insieme: “A chissu fussi cosa di scipparici i conna”. Non so se sia stata questa frase o un'altra altrettanto efficace, vaga e allo stesso tempo definitiva, pronunciata da un giudice o da un “nome” politico. Ma questa frase può essere bastata. E tutto questo ti rimanda a un livello di responsabilità morale e sostanziale di questo omicidio che non può essere ricondotta ad Aldo Ercolano e al suo padrino Benedetto Santapaola. Loro hanno agito in nome e per conto di un sistema che per essere messo in sicurezza doveva sbarazzarsi di Fava. Quel livello, com'è successo per tanti omicidi eccellenti di mafia avvenuti in questi anni, è rimasto un livello non penetrato. Sai, ma non sei in condizione di dare a questa tua consapevolezza forma, nome e faccia. Detto ciò, al di là della responsabilità penali, che sono individuali, c'è la responsabilità morale che è collettiva. Giuseppe Fava l'ha ammazzato un pezzo della magistratura di questa città corrotta, un pezzo di un sistema politico dedito alla corruzione e alle ruberie sistematiche, un circuito di borghesia dagli affari facili e spregiudicati, fenice di questa spregiudicatezza. Credo anche alcuni giornalisti, che hanno continuato a fingere di non capire e di non sapere quel che stava accadendo. Parliamo di una responsabilità morale. Ma è una responsabilità morale diffusa e trasversale. Guai a pensare che ci sia stato il Putin di turno su cui scatenare la nostra indignazione: l'ha ammazzato una città. Una parte importante e significativa di questa città che prima l'ha ammazzato e poi, dopo averlo sepolto, ha tentato di cancellarne la memoria».
Pensa che suo padre sia riuscito a cambiare qualcosa nella storia di Catania?
«Secondo me sì. E tanto. Perché ha creato una crepa in quel sistema e nella presunta impunità di quel sistema. L'ha creato seminando nelle generazioni che sono arrivate, l'ha creato in molti colleghi del suo giornale che credo facciano questo mestiere con sentimento etico e civile, che sta molto nel pensiero di mio padre sul concetto etico del giornalismo. Io penso che questi ragazzi, che potrebbero essere miei figli, siano arrivati a questo mestiere, sostituendo la vecchia guardia assai prudente che li ha preceduti, perché hanno raccolto quella testimonianza e quel messaggio. Ecco, così come a Palermo in molti decisero di fare i magistrati nell'estate del '92 immagino che qualcuno abbia deciso di fare il giornalista in Sicilia dopo Fava e dopo “I Siciliani”. Questo è un fatto che va con quel pezzo di storia di quella Catania e con cui non abbiamo mai fatto i conti, affidandoci alla marginalità di qualche processo, pensando che potessi aiutarci a rimettere a posto i pezzi del mosaico. Così non è stato».
Cosa le dà più fastidio e cosa le fa più piacere sentire quando si parla di Pippo Fava?
«Che non è stato solo un bravo giornalista, ma anche un uomo capace di leggere il proprio tempo, con la libertà e la curiosità che servivano per leggerlo. Bravi giornalisti possiamo esserlo in tanti, ma essere uomini liberi è una cosa più complicata».
Come trascorrerà il 5 gennaio?
«Di mattina proviamo questo mio lavoro teatrale, di cui curo anche la regia e che andrà in scena a Catania in febbraio. Ho programmato le prove la mattina per essere libero nel pomeriggio e ritrovarmi con quel che resta della mia famiglia - nipoti, cognati, amici - alla lapide, per un raccoglimento breve e importante. E poi, a seguire, sarò presente a una manifestazione organizzata dalla fondazione Fava».
Qual è il titolo di questo nuovo spettacolo?
«“La firma”. È uno spettacolo prodotto dallo Stabile delle Marche, con il Teatro della città di Orazio Torrisi. Partiremo a breve da Ancona. È la storia di un padre e di una figlia che si incontrano nel parlatorio di un carcere. Un finto padre, in verità, perché si tratta di un ex militare che ha preso questa ragazzina in un centro di detenzione a Buenos Aires durante la dittatura; ma tutto questo lei lo scopre dopo l'arresto del genitore. Sono passati 35 anni. L'incontro in carcere con la figlia deve essere un momento di verità, che però è imprevedibile nei suoi esiti. Non sempre il rapporto bene-male, il sistema binario, funziona. La realtà - quella affettiva, emotiva - in una storia come questa è molto più complessa. Persino più torbida».
C'è qualcuno, a parte Claudio Fava, che ha raccolto l'eredità di Giuseppe Fava?
«Non qualcuno ma una generazione. Non soltanto di giovani cronisti e non soltanto qui in Sicilia. Ma penso ai tanti ragazzi che si sono avvicinati a un rapporto diverso con la loro condizione di cittadini con le responsabilità e i sensi di responsabilità anche attraverso le storie come quelle di Giuseppe Fava. C'è un'Italia che appare migliore di quella che è e che è cresciuta sotto le ceneri di questa violenza. Voglio pensarla così, voglio vederla così. Per il resto, mi preoccuperebbero le eredità individuali. Io non penso che il testimone vada raccolto da qualcuno. Io penso che il testimone debba essere a disposizione di tutti e che tutti debbano farne buon uso».